Arcangelo Ciaurro

Una finestra sul Creato

 

di Alberto Corvi

 

 

È una tiepida mattina di primavera e il pittore Arcangelo Ciaurro mi accompagna lungo un sentiero tortuoso che si arrampica nel fitto dei boschi varesini. È un uomo gentile e tranquillo, nato in Puglia, a Castellaneta, nel maggio del ‘53.

Chiacchieriamo della sua infanzia e mi racconta di quando la sua famiglia si trasferì nella periferia di Varese in una località circondata dal verde. A quel tempo era ancora un ragazzino e si divertiva ad esplorare i boschi attigui e a scorrazzare per i prati alla scoperta dei segreti della natura. La vegetazione rigogliosa palpitava di vita e quei colori squillanti e luminosi, assieme al singhiozzo dei torrenti e alle creature misteriose del sottobosco, lo stregavano profondamente.

Improvvisamente, dal cuore della foresta fa capolino una casetta di legno sistemata in una piccola radura soffocata dai cespugli e dalle chiome dei carpini. Siamo arrivati. Ciaurro si è ritirato a dipingere quassù, in questo rifugio remoto lontano dalle cose, alla stregua di un moderno asceta.

Il tempo di alimentare una piccola stufa che si è fabbricato per bollire il caffè e prendiamo posto al riparo della veranda che affaccia sulle fronde del bosco. Poco dopo il pittore si sposta verso l’ingresso della casetta e ne estrae alcune enormi tavole che dispone all’esterno. Di istinto mi porto a distanza, osservando i suoi lavori in tutto il loro formato. Lo sguardo intorpidito impiega qualche secondo per mettere a fuoco il soggetto. Si tratta di quella natura con la quale Ciaurro è cresciuto, riconosco infatti poco a poco le piante e i tronchi esili e allungati dei suoi affezionati amici.

Tuttavia, intuisco di non avere a che fare con immagini ordinarie e mi accovaccio a pochi centimetri dal colore rappreso, sprofondando in contemplazione. Immediatamente l’immagine si sfalda in un groviglio caotico e il mio sguardo rimane invischiato in una trama fitta e contorta di segni irregolari e filamentosi. La superficie è un intrico talmente insondabile e complesso che mi da le vertigini e devo prendere fiato. A quel punto il pittore mi confida un segreto: le tracce che mi fanno tanta impressione non sono ottenute attraverso il pennello ma adoperando strumenti inconsueti  e disparati  come ad esempio una spugnetta particolare che Arcangelo intinge direttamente nelle latte di colore, impastandolo alla bisogna su una tavolozza. Così, dopo aver steso un fondo uniforme, avere applicato chiazze di acrilico e abbozzato i tronchi con il pennello, Ciaurro passa ai nuovi utensili con i quali accarezza la superficie con delicata precisione. Tuttavia, le successive velature non soffocano mai del tutto i tronchi, ai quali viene permesso si stagliarsi nitidamente sulla massa di colore, aiutando così l’osservatore a decifrare il soggetto.

 

Arcangelo Ciaurro, Vorrei sapere cosa…, acrilico su tavola, 180×180 cm.

 

Arcangelo Ciaurro, Per quanto ci aiutino, non sempre troviamo risposte. (Magari subito…), acrilico su tavola, 180×180 cm.

 

Arcangelo Ciaurro, Sentirsi dentro, dentro noi, acrilico su tavola, 180×180 cm.

 

Arcangelo  Ciaurro, Tante domande, ma non me ne esce una di bocca, acrilico su tavola, 180×180 cm.

 

Eppure sono convinto che il lavoro del pittore racconti molto di più e non si esaurisca in una tecnica insolita e qualche suggestione divisionista o puntinista. Così mi faccio raccontare meglio e quello che scopro è davvero sorprendente. Per Arcangelo Ciaurro dipingere significa rappresentare il Tutto attraverso il solo utilizzo del colore. Nessun disegno preliminare. Spazio, materia, pensiero, emozioni condensati in un’unica immagine. Una finestra sul Creato. Un’impresa ardua con la quale il pittore si misura forte del rapporto di comunione instaurato con la natura a seguito di una sua consumata conoscenza, sviluppata nel tempo attraverso l’osservazione attenta e sensibile del paesaggio.

La figura dell’albero è dunque di per sé un pretesto con il quale esprimere una riflessione molto più complessa, e certo il soggetto si presta molto bene a raccontare della vita e della sua ciclicità. La struttura dell’albero, dopotutto, è in questo senso uno degli archetipi più antichi e fortunati della storia dell’uomo. Si pensi ad esempio alle cattedrali, alla selva di colonne che sorregge le volte, progettate a immagine dei boschi.

Secondo questa filosofia, nel realizzare le sue opere, il pittore procede quindi seguendo una serie di passaggi fondamentali che ricalcano, per così dire, le tappe che hanno scandito la Creazione. È dunque possibile interpretare l’operazione di Arcangelo Ciaurro come una sofisticata cosmogonia.

In principio non vi era nulla, e il principio è la tavola intonsa. Quindi nacque lo spazio, il vuoto cosmico, e dunque il pittore occupa inizialmente la superficie con una campitura piatta e uniforme. Sovente un nero o un blu molto scuro. Osservare quel fondo, che in verità è qualcosa di incommensurabile, è straordinariamente potente e per il pittore significa aprire un varco su una situazione metafisica.

Successivamente Ciaurro si interroga sulle condizioni che hanno permesso la vita e quindi cerca di rappresentare quella che lui chiama la “bolla d’aria”. Questa bolla è chiaramente invisibile eppure esiste e dev’essere restituita con una velatura azzurra. Dopotutto, se la tavola è lo specchio della realtà, bisogna inserire al suo interno tutto quello che abbiamo attorno, senza escludere nulla.

A questo punto è la volta della materia, dapprima quella più greve descritta per macchie scure e quindi quella più leggera che possiamo sovrapporre alla prima con colori più tenui. Così compaiono i primi cespugli e i mazzolini fioriti. Nel frattempo a queste macchie si mescolano le emozioni e quindi il violetto e solo a partire da questo momento il soggetto comincia a prendere forma. Sino ad ora il pittore aveva infatti proceduto alla cieca, per sensazioni, seguendo approssimativamente le indicazioni di alcune fotografie scattate in precedenza nel suo bosco.

Ad ogni aggiunta segue quindi una pausa che permette al colore di asciugare e al nuovo elemento di depositarsi su quello precedente, intersecando altre tracce che divengono testimonianza di un processo, di un percorso. È la restituzione tangibile del trascorrere del tempo e in questo modo tutto si compenetra, esattamente come accade nel mondo naturale. Da ultimo Ciaurro aggiunge la luce e le ombre, rispettivamente ottenute da una spuma scarlatta e da coriandoli di tenebra bluastra.

Il particolare più suggestivo di questa lunga gestazione è tuttavia l’ultimo passaggio che Arcangelo mi confida non essere opera sua. Spetta infatti al dipinto l’ultima spettacolare evoluzione.

 

«Il giorno dopo aver ultimato il lavoro, torno nello studio e il quadro ha subito una metamorfosi, è cambiato. Ha raggiunto un equilibrio che il giorno prima io stesso non riuscivo ad ottenere. […] È la magia del colore… i colori sanno dove devono andare»

 

La realizzazione di un dipinto di Ciaurro può richiedere di conseguenza giorni oppure settimane ma è sempre e soltanto l’opera a suggerirgli che è il lavoro è concluso. L’unica regola è dedicarsi ad una creazione alla volta e questo perché l’animo del pittore viene coinvolto prepotentemente. Deve perciò porsi in ascolto di un solo soggetto e innamorarsene. Per questa ragione allontanarsi da un lavoro per dedicarsi ad altre occupazioni è così doloroso per Ciaurro. Significa prendere le distanze da una parte di sé, dal quotidiano, dalla commovente frenesia della vita.

Milano, 16 giugno 2019

 

Arcangelo Ciaurro, Per quanto tempo si può stare fermi lì è tempo vissuto, acrilico su tavola, 180×180 cm.

 

Arcangelo Ciaurro, Ascoltare con il cuore l’energia della dolcezza, acrilico su tavola, 180×180 cm.

 

Arcangelo Ciaurro,Vorrei riuscire a vedere oltre, sentire, acrilico su tavola, 180×200 cm.

 

Arcangelo Ciaurro, Come un filo di speranza, acrilico su tavola, 180×180 cm.

 

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