Banksy

Utopia democratica

 

di Alberto Corvi

 


 

Il 5 febbraio il Museum Frieder Burda di Baden-Baden, nel cuore della foresta nera, ha inaugurato una mostra incentrata sull’opera Girl with ballon (2006) del leggendario Banksy. Opera che tutti ricorderanno venne battuta ad un’asta memorabile lo scorso 6 ottobre e successivamente ribattezzata Love is in the Bin.

La notizia solleva tuttavia qualche perplessità che proverò ad affrontare in questo articolo. In primo luogo però è opportuno chiarire di che genere di lavoro si tratta. I media, infatti, hanno incoraggiato una comunicazione approssimativa e lacunosa.

Nessuno ha quindi pensato di approfondire la tecnica dell’opera in questione, confondendo i curiosi circa l’effettiva autenticità del lavoro. Dopotutto Banksy è noto per essere uno street artist che realizza graffiti lungo le facciate dei palazzi e per questo motivo, in molti si sono sorpresi di ritrovare una sua opera sotto vetro. Ignorando l’esistenza di una produzione grafica dell’artista, decisamente meno conosciuta, che consiste prevalentemente in una serie di stampe digitali e più raramente di rudimentali serigrafie, come nel caso della Bambina con il palloncino realizzata su tela.

Un altro particolare che è stato omesso dalle agenzie è la provenienza dell’opera che non è stata chiarita. Dunque come ha fatto un’opera di Banksy, artista notoriamente avverso alla commercializzazione dell’arte, a finire nelle grinfie rapaci di Sotheby’s? A questo proposito, consultando proprio il sito della casa d’aste, sembrerebbe che la tela sia stata realizzata in amicizia per un conoscente dallo stesso writer, che successivamente avrebbe tradito la sua volontà nel tentativo di ricavare una piccola fortuna dalla vendita dell’oggetto.

Tuttavia, sospettando le intenzioni del committente, Bansky avrebbe camuffato all’interno della preziosa cornice dell’opera un trita-documenti che avrebbe azionato nell’eventualità che la sua creazione fosse stata introdotta sul mercato. E così è stato. E in autunno il lotto di Sotheby’s è scivolato fuori dal vetro in un ciuffo di frange, sotto gli occhi sconvolti e divertiti di un platea gremita. Qualcosa però non ha funzionato come previsto e il meccanismo progettato dall’astista si è inceppato. La tela è stata ridotta a brandelli per metà.

La reazione del pubblico, in un primo momento disorientato, è stata fulminea e l’accaduto è rimbalzato sul web a tempo record (19.000 reazioni solo nelle prime ore). Ma una domanda tormentava gli operatori che avevano organizzato la vendita all’incanto: come procedere in una situazione del genere? Qualcuno si figurava già implicato in una spinosa bagarre e l’acquirente cominciava a storcere il naso, provata dall’episodio. A raffreddare gli umori ci ha pensato Alex Branczik, direttore della sezione contemporanea di Sotheby’s, con la sua retorica prosaica:

 

«Banksy non ha distrutto un’opera d’arte nel corso dell’asta: ne ha creata una nuova. Dopo il suo intervento a sorpresa nella notte, siamo lieti di confermare la vendita col nuovo titolo dell’artista, “Love is in the Bin”, la prima opera d’arte della storia creata durante un’asta»

 

Branczik coglie nel segno e immediatamente quello che voleva essere un schiaffo alla mercificazione dell’arte viene interpretato come una performance che accresce il valore intrinseco dell’opera. E’ il trionfo dello spirito mercantile meschino e privo di scrupoli.

La nuova proprietaria del quadro, un’affezionata cliente, si tranquillizza e si convince improvvisamente di essersi aggiudicata «un pezzo di storia dell’arte». E non può essere altrimenti, fosse solo per il milione di sterline che la donna ha dovuto sborsare. Dopotutto, non può certo averla vinta un “imbrattamuri” senza volto che professa la comunione dell’arte. Il mercato ha sempre la meglio.

E così la nuova proprietaria decide di far fruttare a sua volta il nuovo “capolavoro” e si mette a sventolare il suo Banksy sotto il naso dei musei che si contendono la possibilità di esporre la tela dello scandalo. Non si tratta più di un’immagine di denuncia che ci racconta della crisi siriana e dei rifugiati ma di un oggetto virale, uno squallido feticcio.

Non solo quindi l’opera di Banksy è stata gettata in pasto al miglior offerente, violando espressamente le sue ragioni, ma si è abusato di essa. Ci si è impossessati scorrettamente dell’opera, la si è venduta a peso d’oro e per espiare la vergognosa operazione si è deciso di sbatterla in un museo, dove sarebbe stata accessibile a pagamento. La volontà dell’artista viene dunque calpestata ripetutamente con una leggerezza inaudita.

Ma il direttore del museo di Baden-Baden Henning Schaper rifiuta questa versione e in tono solenne ammonisce: «[…] dobbiamo resistere alla tentazione di presentare l’opera come un trofeo. Questo non sarebbe sicuramente quello che l’artista aveva in mente. Invece, stiamo cercando di aderire al suo approccio nel democratizzare l’arte e stiamo attualmente discutendo su come rendere l’opera accessibile a quante più persone possibile». Peccato che il problema non consista nel numero dei visitatori quanto nel prezzo del biglietto.

Per giunta, non è neppure la prima volta che le opere del misterioso artista vengono sfruttate senza il suo consenso ed esposte al pubblico ma Banksy avverte «queste sono state organizzate interamente all’insaputa dell’artista e senza il suo coinvolgimento». Il che può essere interpretato addirittura come un problema deontologico. Il curatore che sceglie di progettare una mostra su questo artista e di far pagare l’ingresso, infatti, dimostra di non aver compreso la filosofia di Banksy. Ci troviamo quindi di fronte ad un caso di vile disonestà intellettuale o piuttosto di grave superficialità?

Milano, 7 marzo 2019

 

Love is in the Bin viene installato nel Museum Frieder Burda di Baden-Baden. Germania.

 

La controversa opera di Banksy esposta a Baden-Baden, Germania.

 

Una donna osserva il nuovo allestimento di Love is in the Bin.